La Scienza in Tasca
La ricerca passiva di vita extraterrestre negli anni Settanta
La Scienza in Tasca
La ricerca passiva di vita extraterrestre negli anni Settanta
Pioneer, Voyager e Arecibo: i messaggi silenziosi con cui l’umanità si racconta al cosmo
L’uomo non ricerca la vita nello spazio solo in modo attivo, cercando forme di vita su Marte, sugli esopianeti o sulle lune degli altri pianeti del Sistema Solare. C’è anche una ricerca passiva, sviluppata negli anni Settanta da un gruppo di scienziati guidati, tra gli altri, da Carl Sagan e che è tuttora in corso - e lo rimarrà ancora a lungo.
La ricerca di vita nello spazio, in questa prospettiva “passiva”, non punta a dialogare subito con qualcuno, ma a lasciare tracce dell’umanità nel cosmo: messaggi che potrebbero essere intercettati da eventuali civiltà lontane, se esistono.
Per usare un’immagine resa famosa da Sagan, è come lanciare una bottiglia nell’oceano cosmico, con un biglietto al suo interno, aspettando che qualcuno lo recuperi. Il risultato principale è più simbolico e culturale che scientifico.
Le missioni di ricerca passiva sono state le sonde Pioneer, le sonde Voyager ed il messaggio di Arecibo.
Le placche delle sonde Pioneer
Le sonde Pioneer 10 e 11, lanciate negli anni Settanta, portano una piccola placca in alluminio anodizzato oro, pensata come una sorta di biglietto da visita dell’umanità.
Sulla placca compaiono due figure umane stilizzate, lo schema del Sistema solare e una “mappa” basata sulla posizione e sui periodi di 14 pulsar, che permette a chi la decodifica di risalire al Sole nello spazio e nel tempo.
Questa placca usa il linguaggio della scienza come codice universale: le distanze espresse in unità legate alla radiazione degli atomi di idrogeno, le pulsar sono usate come riferimenti astronomici e il corpo umano è raffigurato in proporzione rispetto alla sonda.
Il Golden Record delle Voyager
Le sonde Voyager 1 e 2, partite nel 1977, portano ciascuna un disco in rame placcato oro, noto come Voyager Golden Record, concepito come una “capsula del tempo” dell’umanità.
Il disco contiene oltre cento immagini analogiche della Terra, 90 minuti di musica da culture diverse, saluti in oltre cinquanta lingue, suoni naturali come vento, pioggia, e animali e perfino il suono del battito di un cuore.
Sul contenitore del disco è incisa una guida per capire come riprodurlo, basata anche stavolta su simboli fisici elementari che potrebbero essere compresi da una civiltà tecnologica.
È improbabile che qualcuno lo trovi davvero, ma il valore sta nel modo in cui racconta chi siamo e cosa riteniamo degno di rappresentarci di fronte al cosmo.
Il messaggio di Arecibo
Nel 1974 il grande radiotelescopio di Arecibo, a Porto Rico, trasmise verso l’ammasso globulare M13 il più potente segnale radio deliberatamente inviato nello spazio fino ad allora.
Il messaggio, ideato da Frank Drake con la collaborazione di Carl Sagan e altri, consisteva in 1679 bit organizzati in una matrice che rappresenta numeri, atomi chimici essenziali per la vita, la struttura del DNA, un essere umano, il Sistema solare e il radiotelescopio stesso.
M13 dista circa 25.000 anni luce dalla Terra: il segnale impiegherà 25.000 anni ad arrivare e altrettanti per ricevere un’eventuale risposta, quindi non si trattava di un vero tentativo di conversazione ma di una dimostrazione di capacità tecnologica e di uno sguardo al lunghissimo termine.
Perché questi messaggi contano
Questi esperimenti mostrano tre idee chiave: che la scienza può fungere da lingua comune, che siamo disposti a raccontarci a sconosciuti assoluti e che, per la prima volta, pensiamo in termini di tempi cosmici.
La ricerca di vita nello spazio, in questa forma passiva, è quindi anche una ricerca su di noi: su come ci vediamo come specie, su cosa scegliamo di salvare, per rappresentarci, in una singola placca o in un disco d’oro destinato a viaggiare oltre il Sistema solare.
Immagine: la custodia del Golden Record delle sonde Voyager con le istruzioni su come riprodurlo. Crediti: NASA
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I commenti dei nostri lettori
Simo
2 mesi fa
Incredibile come le due sonde Voyager continuino il loro viaggio dopo quasi 50 anni dal lancio, ancora in grado di trasmettere fino a noi.
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