cultura e spettacolo

L'allegoria di Kentridge al teatro Nuovo

 

Oggi (12) il debutto dello spettacolo 'The Great Yes, The Great No'. Il viaggio di un transatlantico da Marsiglia alla Martinica diventa simbolo delle migrazioni forzate del passato e del presente

 

C’è grande attesa per la prima italiana del nuovo spettacolo di William Kentridge, artista sudafricano autore del manifesto di questa edizione: oggi 12 e domenica 13 luglio (ore 19:30, ore 15) al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti va in scena "The Great Yes, The Great No", allegoria dell’esilio che unisce teatro, oratorio e opera da camera. Il viaggio di un transatlantico da Marsiglia alla Martinica diventa simbolo delle migrazioni forzate del passato e del presente: creatore di uno stile unico che combina disegno, animazione, cinema e produzioni teatrali, Kentridge da vita a un’opera multidimensionale per immaginare un futuro più libero e autentico.

Marsiglia, 1941: un transatlantico salpa verso la Martinica, portando con sé un carico di brillanti menti in fuga. Tra i passeggeri ci sono il padre del surrealismo André Breton, l’antropologo Claude Lévi-Strauss, il pittore cubano Wifredo Lam, il romanziere comunista Victor Serge e Anna Seghers, scrittrice tedesca in esilio. E fin qui è storia. La magia accade quando Caronte, il traghettatore dei morti della mitologia greca ora promosso capitano della nave, riorganizza lo spazio-tempo e invita altri celebri personaggi a unirsi a questa “nuova arca”. A questa sorta di allegoria di tutte le spedizioni forzate del passato e del presente, prendono parte anche figure rilevanti dell’anticolonialismo come Aimé Césaire, il filosofo Franz Fanon, le sorelle Nardal, e ancora protagonisti della storia come Joséphine Baker, Joséphine Bonaparte, Frida Kahlo, Trotsky e persino Stalin.

Kentridge è creatore di opere d’arte uniche che combinano disegno, animazione, cinema, produzioni teatrali e operistiche. In questo spettacolo il suo sguardo eccezionale si unisce alle musiche composte da Nhlanhla Mahlangu, in una drammaturgia che mescola coro greco, proiezioni, danzatori, maschere e giochi d’ombre. Il contesto culturale della Parigi Nera degli anni ’40, la poesia della Martinica, il surrealismo e il movimento della Négritude fanno da sfondo al libretto, che esplora modi antirazionali di interpretare linguaggio e immagine.

Il cuore pulsante dello spettacolo è un coro di sette donne: "Le loro voci non solo creano un’armonia corale equilibrata, ma rappresentano anche un simbolo di compimento ciclico, un ponte tra mito e leggenda. Il Coro di Sette Donne arriva dopo: dopo il viaggio, dopo la guerra, dopo la tempesta, dopo la festa, dopo il declino, per raccogliere i pezzi e ricostruire. È un’offerta di possibilità dopo la rovina", scrive Nhlanhla Mahlangu sul programma di sala.



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