cultura e spettacolo

Francesco d’Assisi rivive in Corea del Sud

 

Andrea Paciotto firma una creazione italo-coreana per gli 800 anni dalla morte del santo. Con i musicisti Claudio Scarabottini, Fabio Mina e Francesco Savoretti, il progetto ha concluso il Seoul International Dance Festival 2026

 

A ottocento anni dalla morte, Francesco d’ Assisi torna a rivivere anche a Seoul attraverso corpi, musica acustica ed elettronica, strumenti tradizionali coreani, immagini digitali e un linguaggio scenico che attraversa danza, teatro e concerto. È nato così “Cantico”, spettacolo ideato e diretto dal regista italiano Andrea Paciotto e presentato il 19 settembre all’Eunpyeong Culture & Arts Center come evento conclusivo del Seoul International Dance Festival – SIDance 2026, tra i principali appuntamenti internazionali dedicati alla danza contemporanea in Corea del Sud.

Realizzato per gli 800 anni dalla morte di Francesco d’ Assisi, il progetto ha avuto come produttore principale l’Istituto Italiano di Cultura di Seoul ed è stato sviluppato attraverso la collaborazione tra artisti italiani e coreani, con il coinvolgimento del Seoul Institute of the Arts e di professionisti della scena performativa e musicale coreana. Per circa un’ora, “Cantico” ha intrecciato movimento, musica dal vivo, voce, immagini, materiali naturali, luce e suono, evocando Francesco senza trasformarlo in un personaggio storico o in un monumento. Il pubblico coreano ha risposto con grande partecipazione e calore.

Andrea Paciotto, regista italiano da anni attivo in Corea del Sud e docente al Seoul Institute of the Arts, ha firmato ideazione e regia. Il progetto prende spunto dalla forma e dall’intenzione del Cantico delle Creature e dalle numerose riletture storiche, critiche e artistiche che nel tempo hanno contribuito a trasformare l’immagine di Francesco. Claudio Scarabottini, in qualità di direttore musicale, ha coordinato l’impianto sonoro e composto in particolare le partiture vocali affidate ai performer e ai musicisti. La struttura portante della musica è stata sviluppata attorno alle composizioni di Fabio Mina e Francesco Savoretti, rispettivamente legati alla ricerca sugli strumenti a fiato e alla percussione. Le loro musiche hanno costruito un paesaggio in cui melodia, respiro, ritmo e materia entravano continuamente in relazione con i corpi in scena.A queste sonorità si sono aggiunti il gayageum, strumento tradizionale coreano suonato da Song JiHyeon, e frammenti di narrazione cantata ispirati al pansori, interpretati dall’attrice e performer Kim SeonHee.

Sul versante visivo e tecnologico, Han Donghwi ha curato le proiezioni e i contenuti interattivi, mentre An ChangYong ha firmato il sound design, lavorando su spazializzazione, amplificazione e trasformazione dei suoni prodotti dal vivo. Kim Gina ha seguito le traduzioni e la produzione esecutiva, svolgendo un ruolo centrale nel raccordo tra il gruppo italiano e quello coreano. In “Cantico” nessun attore interpreta Francesco d’ Assisi. Eppure Francesco è presente. Compare all’inizio e alla fine dello spettacolo su un tablet portatile, attraverso un volto e una voce generati con l’intelligenza artificiale.

La figura è stata costruita raccogliendo un ampio archivio di materiali: scritti attribuiti a Francesco, testimonianze dei primi compagni, documenti, racconti, leggende, preghiere, opere d’arte e immagini prodotte nel corso di otto secoli. Queste tracce sono diventate la base per generare una nuova possibile immagine e una nuova voce. L’obiettivo non era ricostruire “il vero Francesco”, ma rendere visibile proprio l’impossibilità di farlo. L’immagine che oggi abbiamo del santo è già il risultato di secoli di testimonianze, interpretazioni e immaginazione.

Il paradosso è evidente: in uno spettacolo dominato dalla presenza fisica, l’unico personaggio privo di corpo è proprio quello che invita il pubblico a interrogarsi sul significato dell’essere vivi. Da qui emerge anche una delle domande centrali dello spettacolo: se l’identità di Francesco è stata costruita attraverso gli sguardi degli altri, quanto della nostra identità nasce a sua volta dalle immagini, dai giudizi e dalle aspettative che gli altri hanno depositato su di noi?

In scena, insieme a Kim SeonHee, i performer Kwon SeonHwa, Lee HeeGyeom, Han SeonCheon, Yoon SuAn, Park MinYoung e Ko YeJun. Provenienti dalla danza, dal teatro e dalla performance, i sette interpreti hanno partecipato direttamente al processo creativo, lavorando sulla relazione tra corpo, voce, materiali, suono e spazio. “Cantico” non ricostruisce in modo lineare la vita del santo: non ci sono costumi medievali, sai francescani o episodi biografici illustrati. Il lavoro esplora soprattutto la trasformazione dello sguardo di Francesco: da una vita orientata verso successo, prestigio e possesso a una condizione in cui l’altro, la fragilità, la natura e persino la morte vengono percepiti all’interno di una relazione più ampia con la vita e la creazione.Il percorso procede così dalla separazione alla relazione, dall’indifferenza alla compassione, dal controllo alla partecipazione.

Pietre, acqua, terra, legno, foglie e hanji, la tradizionale carta coreana, attraversano lo spettacolo non come simboli fissi, ma come presenze concrete. Le pietre modificano il corpo che le porta e possono diventare ostacolo, cammino o confine. L’acqua produce suono e luce, viene versata e utilizzata per lavare. La carta trasforma lo spazio, avvolge i corpi, e prende vita attraverso le videoproiezioni. Il significato nasce dalle azioni e rimane volutamente aperto alla percezione dello spettatore.

Portare Francesco d’ Assisi nella Seoul del 2026 ha significato allontanarsi dalla ricostruzione storica per concentrarsi su ciò che, della sua esperienza, può ancora parlare al presente. Non era necessario conoscere il Medioevo o appartenere alla tradizione cattolica per entrare nello spettacolo. Dalle azioni in scena emergono domande semplici e universali: Come stiamo usando la vita che abbiamo ricevuto? A che cosa dedichiamo il nostro tempo e la nostra energia? Che cosa continuiamo a inseguire? Al termine della rappresentazione, è seguita una conversazione con gli artisti in cui il pubblico ha prolungato il confronto attraverso numerosi interventi e domande sulla musica, sui materiali, sui gesti, sulle modalità di lavoro in un contesto interculturale e ovviamente sui temi e simboli legati alla figura di San Francesco.

A ottocento anni dalla sua morte, “Cantico” non ha cercato di raccontare San Francesco come un monumento da contemplare, ma si è concentrato sul tentativo di coinvolgere il pubblico in un'esperienza da cui far scaturire una domanda rivolta al presente: in che modo possiamo imparare nuovamente ad ascoltare la vita, sentirci parte di essa e metterci al suo servizio?



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