cultura e spettacolo

Emozioni forti per 'Mia madre fa il notaio, ma anche il risotto' al Caio Melisso

 

Successo per il monologo di Filippo Capobianco, che affronta il rapporto madre-figlio andando dritto al cuore

 

“Se guardando negli occhi mia madre non avessi paura di restare intrappolato, come dentro a uno specchio guarderei più spesso mia madre negli occhi e lei avrebbe meno paura di invecchiare.”

Basterebbe questa frase per capire che “Mia mamma fa il notaio, ma anche il risotto” non è uno spettacolo come gli altri, ma una conversazione sincera travestita da monologo.

Ieri, al Teatro Caio Melisso, Filippo Capobianco, campione italiano di poetry slam, ha portato in scena qualcosa che somiglia a un racconto, ma si comporta come una materia viva, che si muove tra ironia e musica, leggerezza e profondità.

La storia è quella di Moscerino, un bambino che cresce, si inceppa, prova a dire, poi smette, poi riprova. Ad un tratto si ritrova ad essere un ragazzo che impara che comunicare non è mai semplice, che le parole possono essere ponti o muri. Fino a diventare adulto, e guardarsi indietro con la consapevolezza che non si comprenderanno mai pienamente i linguaggi dell’amore se non vivendoli.

Capobianco lavora con le parole come fossero musica. Il ritmo accelera, si spezza e riparte. E intanto lo spettatore ride, ride davvero, per poi ritrovarsi, un attimo dopo, con gli occhi lucidi. È un equilibrio raro, quello tra comicità e commozione, e qui funziona perché non è mai cercato: accade.
Non è solo il racconto di un rapporto madre-figlio, ma un viaggio nella crescita e nei suoi alfabeti emotivi. Nei modi diversi, e spesso imperfetti, che abbiamo per dirci “ti voglio bene”.

Quando si esce, si ha la sensazione che qualcosa continui a vibrare dentro. Come una corda appena sfiorata, che non smette subito di suonare. E forse è proprio questo il segno degli spettacoli necessari: non finiscono con l’applauso. Ma restano.



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