Opinioni

Giornata Nazionale del Paesaggio, per Italia Nostra 'non è una festa'

 

"E' invece il momento di mettere le mani sulle ferite"

 

Il 14 marzo non è una festa. Per chi, come noi di Italia Nostra Spoleto, vive ogni giorno la trincea della tutela, questa giornata è il momento in cui "mettere le mani sulle ferite". È il giorno in cui ricordiamo che il paesaggio non è un "bel panorama" da cartolina, ma la nostra identità, il nostro specchio, il risultato di secoli di equilibrio tra uomo e natura. Distruggerlo non significa solo cambiare un orizzonte: significa cancellare una memoria collettiva.

Uno dei pericoli è la mutazione che denuncia Luciano Giacchè: quella di una società passata, in pochi decenni, da "frugali produttori" a "voraci consumatori". Ci sono luoghi attorno a Spoleto e nella Valnerina che sono rimasti quasi intatti per secoli. Generazioni hanno modellato questi territori lentamente, con fatica, con misura. Noi siamo la prima generazione ad avere il potere tecnologico di stravolgerli radicalmente e irrimediabilmente in pochi anni. È un potere terribile che dobbiamo governare con responsabilità.

La nostra Costituzione, all’articolo 9, dice una cosa chiarissima: la Repubblica tutela il paesaggio, l’ambiente, la biodiversità, anche nell’interesse delle future generazioni. Un principio che vive anche nel “Codice dei beni culturali e del paesaggio” (D.Lgs. 42/2004), che non è un ostacolo allo sviluppo, ma lo strumento attraverso cui lo sviluppo dovrebbe essere governato. Perché il paesaggio non è proprietà privata né semplice “spazio disponibile”. È un ”bene comune non riproducibile”, come lo definiva Antonio Cederna, uno dei fondatori di Italia Nostra.

Oggi si parla molto di transizione energetica. È una necessità, nessuno lo nega. Ma non può diventare il grimaldello per scardinare la bellezza dell’Italia o l'alibi per una nuova stagione di consumo di suolo. Non si salva il pianeta se, per installare pale eoliche industriali o grandi impianti fotovoltaici su territori ancora integri, distruggiamo quegli stessi ecosistemi che dovremmo proteggere. Quando la politica parla di “sbloccare cantieri” o “accelerare le procedure” in nome dell'emergenza economica e della tenuta industriale, la domanda da porsi è semplice: stiamo davvero costruendo il futuro o stiamo sacrificando un patrimonio millenario per un profitto immediato? La speculazione – edilizia o energetica – tratta il territorio come una merce; una comunità lo vive come una casa. Non c’è “energia pulita” se il prezzo è un paesaggio ferito.

Nell’ultimo anno Italia Nostra Spoleto ha promosso incontri pubblici, momenti di confronto e osservazioni istituzionali contro l'industrializzazione indiscriminata dei crinali e l'aggressione al territorio. Non lo facciamo per dire “no” a tutto, ma per garantire che il paesaggio resti patrimonio di tutti.

Ci anima un legame profondo con questa terra: il sentimento di appartenenza che ci unisce ai luoghi, l’emozione di riconoscersi in un orizzonte e di sentirlo parte della propria identità. Lo stesso sentimento che i poeti dialettali spoletini hanno saputo raccontare con parole che ancora oggi ci commuovono.

Così scriveva Gianfrancesco Marignoli, esprimendo l’orgoglio fisico del nostro appartenere a questa terra:

Quanno veco sbucà doppo Testacciu La Rocca cò lu Ponte, pua Spoleti, S. Pietro, Montiluco! … Non ce creti? Me gonfio tuttu, come ‘n gallinacciu; me fermo cò la macchina ‘n momentu e me metto a guardà tuttu contentu. Ho vistu tante cose a testa età: posti de mare, munti, quanti siti! Ma un quadro cuscì bellu do lu viti? Io penso che più mejo non ce stà!

E se Marignoli ci parla di orgoglio, Livio Gori ci restituisce la fragilità e la delicatezza di una Spoleto che sembra "ricamata" dalla natura, vestita dai suoi monti come con un fazzoletto di merletto. Un'immagine domestica e preziosa che rischia di essere dimenticata:

Vecchia Spuliti città mia carella! Quando te vego, jù, da la pianura, me pare de vedè ‘na grande stella che ci ha la chjoma forda de virdura. Me pare de vedette ricopertu lu capu tua d’un gran fazzulittu, che su lu piettu t’è rimasto apertu e co’ li munti è fatto lu mirlittu. Vego che te circonna la natura, de ‘na vellezza probbiu dilicata, che nun te vede chi nun se ni cura o chi nun sente st’aria profumata. O terra mia piena de friscura, perdona se sta jente t’ha scordata.

E allora, il 14 marzo, fermiamoci davvero a guardare ciò che ci circonda. Non è scontato che resti così tra vent’anni. Difendere il paesaggio di Spoleto e della Valnerina non è un capriccio: è rispetto per chi è venuto prima di noi e amore per chi verrà dopo. Salviamo il nostro paesaggio oggi, perché domani non debba essere solo il ricordo amaro in una vecchia poesia.

(*) Consigliere Italia Nostra Spoleto



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I commenti dei nostri lettori

Roberto Quirino

1 mese fa

Non si può non essere d'accordo con tutto quanto espresso da Italia Nostra Spoleto.

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