La Scienza in Tasca

L’autostrada affollata dello spazio: il problema dei detriti spaziali

 

Dai satelliti defunti all’effetto Kessler, perché dobbiamo preoccuparci e cosa stiamo facendo

 

I detriti spaziali sono tutti gli oggetti artificiali, in orbita attorno alla Terra, attualmente in disuso e che non possono essere controllati. Nonostante le loro dimensioni spesso minuscole, rappresentano oggi uno dei problemi più seri per l’uso sicuro e sostenibile dello spazio.

Un’analogia che viene spesso usata per immaginarli è pensare a un’autostrada affollata in cui nessuno raccoglie mai i rottami dopo un incidente: con il tempo circolano più rottami che auto, aumentando il rischio di nuovi incidenti.

L’origine di questa spazzatura spaziale è di vario tipo: si può trattare di vecchi satelliti in disuso,  stadi di razzi, frammenti provenienti da collisioni tra satelliti e perfino attrezzi persi dagli astronauti.
In molte orbite basse i detriti artificiali sono ormai più numerosi dei micrometeoriti naturali, cioè delle piccole particelle di origine cosmica che colpiscono da sempre l’atmosfera terrestre.

I detriti spaziali costituiscono un pericolo per l’elevata velocità a cui viaggiano: un frammento grande pochi millimetri, lanciato a circa 28 000 km/h, può avere l’energia d’urto di un oggetto pesante che cade da un palazzo, sufficiente a perforare lo scudo di un satellite. Per questo motivo la Stazione Spaziale Internazionale effettua periodicamente manovre per evitare detriti che le passano a pochi chilometri di distanza. Inoltre i sistemi su cui contiamo ogni giorno, ad esempio per GPS e telecomunicazioni, dipendono da satelliti che operano proprio nelle orbite più congestionate.

Il fisico Donald Kessler ha ipotizzato che oltre una certa densità di oggetti in orbita, le collisioni potrebbero innescare una reazione a catena: ogni impatto produce nuovi frammenti che a loro volta colpiscono altri satelliti, moltiplicando i detriti. Alcuni studi successivi indicano che in alcune regioni di orbita bassa l’ambiente è già “instabile”: anche se smettessimo ora di creare nuovi detriti, le collisioni tra oggetti esistenti continuerebbero a generare frammenti più velocemente di quanto l’atmosfera possa eliminarli. In uno scenario estremo, alcune orbite potrebbero diventare talmente inquinate da risultare praticamente inutilizzabili per generazioni, limitando fortemente l’accesso allo spazio.

Per affrontare il problema dei rifiuti spaziali, le Agenzie spaziali cercano di monitorare gli oggetti tracciabili e di sviluppare futuri programmi in grado di non lasciare nuovi detriti in orbita.
Sono in fase di sviluppo anche tecnologie di rimozione attiva: satelliti “spazzini” che potrebbero agganciare grossi rottami con bracci robotici o reti e trascinarli a rientrare in atmosfera o verso orbite-cimitero più sicure.
Proprio come sulla Terra, infatti, non basta smettere di creare immondizia: serve anche raccogliere quella già accumulata e progettare prodotti che si possano recuperare e riciclare con facilità.

 

Immagine: rappresentazione dei detriti spaziali intorno alla Terra, con diverso colore in base al numero di oggetti di differente grandezza. Crediti: ESA.



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