La Scienza in Tasca
Tracce di vita su Marte? Non ancora, ma la scoperta di Perseverance riaccende la speranza
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Tracce di vita su Marte? Non ancora, ma la scoperta di Perseverance riaccende la speranza
Un campione raccolto nel cratere Jezero mostra segni chimici che potrebbero rivelare un passato in cui il Pianeta Rosso era abitabile (Immagine scattata dal rover Perseverance su Marte. Crediti foto: NASA/JPL-Caltech/MSSS)
Il 10 settembre scorso la BBC, il New York Times e altre importanti testate americane hanno pubblicato degli articoli su un importante comunicato della NASA: su Marte sono state scoperte potenziali tracce di vita.
Il rover responsabile di questa scoperta si chiama Perseverance, atterrato sul pianeta rosso il 18 febbraio 2021. Fa parte della missione spaziale Mars 2020 della NASA, che ha lo scopo di studiare il pianeta rosso per cercare eventuali tracce di vita e verificarne l’abitabilità. Perseverance, nello specifico, ricerca tracce di microrganismi preservate su rocce antiche.
Nel luglio 2024 Perseverance prelevò un campione, soprannominato “Sapphire Canyon”, da una roccia battezzata “Cheyava Falls” che si trova all’interno del cratere Jezero, in quella che un tempo fu una valle fluviale. Perseverance stava esplorando la formazione “Bright Angel”, un insieme di affioramenti sedimentari composti da argilla e limo, materiali che sulla Terra conservano molto bene tracce di vita microbica. Gli strumenti del rover avevano rilevato la presenza di carbonio organico, zolfo, ferro ossidato e fosforo: ingredienti che, se combinati nelle giuste condizioni, possono sostenere processi biologici.
Analizzando la superficie di Cheyava Falls, gli strumenti PIXL e SHERLOC hanno notato minuscole macchie colorate disposte in motivi regolari. Le immagini ad alta risoluzione hanno poi rivelato che si trattava di due minerali ricchi di ferro, la vivianite e la greigite, distribuiti in piccoli pattern irregolari che il team ha soprannominato “macchie di leopardo”.
Sulla Terra, la vivianite si trova spesso in ambienti umidi ricchi di materia organica in decomposizione, mentre alcune forme di vita microbica producono greigite come sottoprodotto delle proprie reazioni chimiche. La combinazione dei due minerali suggerisce che in passato potrebbero essersi verificate reazioni di trasferimento di elettroni tra sedimenti e materia organica, lo stesso tipo di processo che i microbi utilizzano per produrre energia.
Tuttavia, gli scienziati non escludono che i minerali possano essersi formati anche in modo abiotico, cioè senza l’intervento di organismi viventi. Esistono infatti processi puramente chimici, come l’esposizione prolungata a calore o acidità, che possono generare strutture simili. Ma le rocce di Bright Angel non mostrano segni di tali condizioni, rendendo quindi plausibile - anche se non certa - un’origine biologica.
I campioni raccolti dal rover saranno in futuro riportati sulla Terra per essere analizzati con strumenti più avanzati, nell’ambito della missione Mars Sample Return. Solo allora potremo capire se quelle macchie sulla roccia marziana siano davvero i resti di antichi microbi o il prodotto di una chimica complessa ma priva di vita. In ogni caso, la scoperta è un piccolo passo che ci avvicina alla risposta di una delle domande più antiche dell’umanità: siamo soli nell’universo?
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