cultura e spettacolo

Il regista Francesco Fei parla del suo nuovo film 'Mi chiedo quando ti mancherò'

 

Il cineasta, ospite del prossimo appuntamento del ciclo 'Visioni d'Autore', racconta in un'intervista come è nato il lungometraggio e le sue sensazioni a riguardo

 

Il secondo appuntamento allo Spazio Collicola di Visioni d’Autore, il format organizzato dal Comune Di Spoleto in collaborazione con MAIA Associazione Culturale, è con il regista Francesco Fei, in occasione della proiezione di Mi chiedo quando ti mancherò, sua opera seconda, premio RB Casting - Miglior Giovane Interprete ad Alice nella città , sezione autonoma della Festa del Cinema di Roma, a Beatrice Grannò. 

Il film racconta la storia di Amanda, diciassettenne con un passato difficile. Per affrontare il mondo la ragazza ha creato un’amica immaginaria, esuberante e politicamente scorretta, che la guida nella più difficile delle sfide: crescere e impadronirsi della propria vita. La sua è una storia di coraggio e determinazione, avventurosa e romantica, feroce eppure buffa. In occasione dell’incontro abbiamo intervistato il regista, che ci ha parlato della genesi e del difficile percorso produttivo della pellicola, oltre al rapporto con il libro e all’importanza delle due protagoniste per il successo realizzativo. 

L’evento si terrà sabato 17 luglio alle ore 21:30 in arena. Al temine della visione della pellicola Q&A a cura di Roberto Lazzerini, formatore esperto di cinema. 

Per iniziare, una domanda di rito: Mi chiedo quando ti mancherò è la tua seconda pellicola, ma è la prima tratta da un romanzo, I wonder when you’ll miss me di Amanda Davis, scrittrice americana prematuramente scomparsa. Cosa ti ha convinto a farne un adattamento e qual è il rapporto tra il tuo film e il materiale da cui è tatto. 

Ho letto il libro di Amanda Davis qualche tempo fa e ho subito pensato fosse interessante portarlo sullo schermo perché in grado di affrontare tematiche molto attuali e importanti con un tono particolare, sospeso, surreale, poetico, oserei dire “favolistico”. Comunque non il solito tono cupo che si usa per accompagnare temi così duri. Un racconto ad altezza adolescente, che non proviene dall’alto. 

La base della storia è quella del libro e, devo dir la verità, anche il modo in cui Amanda racconta la vicenda, con questi salti avanti e indietro nel tempo, presenti soprattutto nella prima parte, mi ha ispirato per frammentare anche il racconto cinematografico con questo ping pong temporale spaesante e un po’ anarchico. Solo nel momento dell’arrivo al circo il libro poi si sedeva un po’, eliminando questo tipo di fruizione del tempo. 

Ci sono stati ovviamente dei tagli e dei cambiamenti al momento della trasposizione cinematografica, soprattutto perché alcuni elementi erano molto meno interessanti per la rilettura con il linguaggio filmico o comunque poco utili al senso che la storia stava assumendo nella sua versione per il grande schermo. 

Come hai pensato l’adattamento di una storia di questo tipo? 

Da parte mia, per fortuna, non c’è stato, come neanche nel mio primo film, nessun tipo di calcolo preventivo. Mi sono messo solamente a disposizione della storia e della recitazione delle ragazze. 

Il film in effetti è un po’ disordinato in un certo senso, ma era un rischio quasi cercato, insito nella volontà di fare un film istintivo e quindi anche un po’ incoerente, come la vita di Amanda e soprattutto la percezione di Amanda della sua vita. Una visione scevra da ogni caratteristica formale che potesse essere riconducibile al mondo degli adulti. Il film in questo senso manca di alcune caratteristiche tipiche di una pellicola da festival. Noi però volevamo fare questo tipo di pellicola anche a costo di farne un lavoro divisivo. Fuori dai canoni, ma fedele a se stesso. 

Le tematiche del tuo film lo rendono recepibile a livello universale, come se non ci fosse un pubblico in particolare a cui è indirizzato. È così? 

Anche se i genitori li abbiamo fatti fuori, un po’ come in un fumetto di Charlie Brown, il film è però, forse, proprio indirizzato a loro, ancora di più che agli adolescenti stessi. Un grosso problema degli ragazzi di oggi è la comunicazione con gli adulti: riuscire ad avere un dialogo, riuscire a farsi ascoltare. L’ambizione di fare un film che raccontasse questa difficoltà e, in più, farlo per gli adulti l’ho trovata sempre interessante. 

Ti sei divertito a giocare con linguaggi e generi diversi, ma quello on the road è, in un certo senso, predominante, ce ne puoi parlare? 

L’aspetto che mi ha intrigato più del libro è stata la capacità di fondere il tema del viaggio con quello del dialogo con se stessi. Un dialogo di natura schizofrenica ovviamente, come quello di chi parla da solo, e il fatto che Amanda riuscisse a compierlo con coerenza e precisione sia psicologica che formale, trasformandolo in un cammino di speranza, mi ha permesso anche di parlare di quel mondo senza usare toni drammatici. 

La grande idea che è alla base di libri come L’amico immaginario o film come Inside Out: parlare di tematiche molto dolorose utilizzando un linguaggio più leggero, sognante, ma mai inutilmente comico o fuori scala. 

La meta in un viaggio del genere per era però fondamentale, quasi come la natura del viaggio in sé. Bisognava arrivare a raccontare la presa di coscienza di quello che la protagonista aveva subito, ma anche l’assunzione di responsabilità di quello che aveva fatto. Antefatti, entrambi, della decisione di tornare a casa, smettere di fuggire e tornare al mondo reale. 

Nel tuo primo film, Onde, raccontavi la storia di un duo, elemento che ritorna anche in Mi chiedo quando ti mancherò. Quale sono le affinità, se ce ne sono, tra i protagonisti delle due pellicole? 

Diciamo che, in generale, sono attirato dai personaggi situati un po’ “al limite” o che comunque sono al centro di viaggi particolari. L’affinità maggiore che trovo tra i protagonisti dei due film è che sono entrambe donne e trovo che le donne abbiano una capacità introspettiva decisamente interessante e profonda. Sarà che non le conoscerò mai sul serio, essendo un uomo, ma mi piace sempre approfondire la conoscenza del loro meraviglioso e complesso mondo interiore. 

Quanto sono state importanti per la realizzazione del film le tue due, bravissime, protagoniste? 

Il percorso di questo film è stato talmente segnato dalle peripezie che, alla fine, se siamo arrivati a farlo, è stato fondamentalmente per due motivi: uno è perché avevamo garantita la distribuzione, merito dello straordinario lavoro dell’Istituto Luce di Cinecittà (che non ringrazierò mai abbastanza) e due perché avevo la certezza di avere due attrici perfette per portare a casa il film nei tempi che avevamo e capaci di garantire comunque gli standard di bravura e professionalità che ci occorrevano. 

Claudia (Marsicano) l’ho incontrata all’inizio del percorso, ma è sempre rimasta fino alla fine, mentre Beatrice (Grannò) è arrivata verso il finale, diventando una delle molle decisive per la realizzazione della pellicola. 

Raccontaci gli ingredienti della tua adolescente, inquadrata durante un percorso di maturazione, compresa la sua controparte, così importante da costituire quasi un personaggio “pieno” a se stante. 

C’è ingenuità, imprescindibile in un racconto di formazione adolescenziale, e c’è spaesamento. Una cosa che per me era fondamentale era la creazione di un percorso in cui la protagonista voleva riuscire a superare le proprie debolezze, ma, mentre in Onde, l’impresa non riusciva, qui invece si. Ciò mi ha permesso di raccontare il difficile obiettivo di diventare adulti. 

La controparte di Amanda è quella che si nasconde, che gli dice di fare tutte le cose che, per istinto, non farebbe. Tutti noi abbiamo una parte oscura che teniamo a bada. Il bello di questa storia è che la si poteva mostrare alla luce del sole e integrarla nel processo di crescita. 

Noi abbiamo poi dotato il personaggio di un’anima propria, superando la sua sola funzione simbolica, trasformandola in un essere umano in ogni aspetto. Volevamo fare in modo che lo spettatore si chiedesse: chi è Amanda? 

La tua carriera racconta di una sostanziosa esperienza nel mondo della musica, durante la quale sono rintracciabili collaborazioni con nomi illustri e lavori importanti. Una passione, la tua, riscontrabile anche nel tuo primo film, in cui la colonna sonora costituisce un elemento di grande rilievo. Ci parli del ruolo della musica in Mi chiedo quando di mancherò? 

Io vengo dal mondo dei videoclip musicali e, anche se poi nel cinema non ho mai portato quel tipo di linguaggio, la musica rimane per me un elemento narrativo fondamentale. 

Io e Chiara Barzini, sceneggiatrice del film insieme a Luca Infascelli, conoscevamo una musicista americana, Ema Anderson, disco dell’anno nel 2015 di pitchfork e supporter ai concerti dei Depeche Mode in Italia, le cui sonorità ci hanno intrigato sin da subito. Lei è una cantautrice, ma proviene dal mondo dell’elettronica, e a me servivano quei suoni a metà tra le due realtà, un po’ analogici e un po’ elettronici, in grado di creare una cortina fumogena un po’ caramellosa, una sorta di marshmellow. Mi piaceva anche il fatto che le canzoni fossero in inglese, in modo da rendere un tributo all’autrice del libro e dar vita una dimensione sempre un po’ alterata. Un’altra scelta, questa, che non ci ha di certo semplificato la vita nel percorso produttivo, ma, dal momento che si fa un film indipendente, è anche giusto prendersi delle libertà. 

Quanto è importante per te l’uscita in sala? 

È fondamentale. Io faccio parte del secolo scorso come formazione personale e per me è imprescindibile fare un film per uno spettatore che dedica due ore del suo tempo per vederlo, cosa che non è garantita quando lo si vede in tv. Una visione durante la quale ci si perde a fare altre cose o comunque non si riesce ad essere totalmente rapiti, inghiottiti da quello che si vede. Fare un film per la proiezione nei cinema è una soddisfazione unica. 

Nel nostro caso poi la scelta non si è neanche posta più di tanto perché non avevamo chissà quali garanzie di poter uscire su piattaforme streaming di prim’ordine. Aspettare un anno è stata dura, ma ne è valsa la pena, ne ho la conferma ogni volta che il film viene proiettato negli eventi e nelle arene. 

Progetti futuri? 

Questo inverno uscirà un documentario che ho fatto con Sky Arte, per il loro nuovo canale, Sky Nature, ambientato e incentrato sulla Val Grande, una zona selvaggia in Piemonte. Anche lì torno a raccontare l’adolescenza, nonostante il lavoro sia incentrato sul cammino di due uomini attraverso la riserva integrale. Un tema che avevo già affrontato nel mio documentario precedente, La regina di Casetta. 

Si sta poi lavorando su un paio di storie, ma lì, come ben sai, i tempi sono più lunghi, anche se non potranno necessariamente esserlo come quest’ultima volta, altrimenti per il prossimo film c’ho 80 anni. 



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