cultura e spettacolo
Intervista a Nicolangelo Gelormini, regista di 'Fortuna'
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Intervista a Nicolangelo Gelormini, regista di 'Fortuna'
Il film verrà presentato oggi allo Spazio Collicola, nell'ambito della rassegna 'Visioni d'Autore'
Il primo appuntamento allo Spazio Collicola di Visioni d’Autore, il format organizzato dal Comune Di Spoleto in collaborazione con Maia Associazione Culturale, è con il regista Nicolangelo Gelormini per la presentazione del suo film Fortuna.
La pellicola d’esordio di Gelormini ha debuttato alla Festa del cinema di Roma per poi partecipare a vari festival internazionali, ottenendo un premio allo Stockholm Film Festival Jr nel mese di aprile, mentre nelle sale italiane è stata distribuita con I Wonder Pictures dal 27 maggio. Il film ha ottenuto anche due candidature ai Nastri d'Argento.
Fortuna racconta la storia di Nancy, una bambina che vive con i genitori in un palazzone incastonato come un meteorite in una periferia come tante, con tutte le sue contraddizioni e contrasti. Chiusa da qualche tempo in un silenzio inaspettato per chi le sta intorno, viene portata dalla madre da Gina, una psicologa che si rivelerà distratta e scostante. La bambina sembra non riconoscersi più nel nome con cui gli adulti la chiamano e sente di non appartenere a ciò che la circonda: come in una favola a cui a volte stenta a credere, pensa di essere una principessa in attesa di tornare sul suo pianeta nello spazio. Sono Anna e Nicola, i suoi amici del cuore con cui condivide lunghe giornate di giochi, a chiamarla Fortuna. Ed è solo con loro che condivide anche un segreto molto difficile da raccontare.
In occasione della proiezione abbiamo incontrato il regista per parlare del film, dalla scelta di raccontare una storia così delicata alle modalità di linguaggio adottate, e del suo immaginario cinematografico, così intimo, specifico, moderno e contaminato.
L’evento si terrà giovedì 15 luglio alle ore 21:30 in arena. Al termine della visione della pellicola Q&A a cura di Roberto Lazzerini, formatore esperto di cinema.
Cominciamo con la domanda più ovvia, ma fondamentale: come mai la scelta di raccontare un fatto di cronaca nera così delicato per un film d’esordio? Una decisione quanto meno particolare, ce la può raccontare?
Il film mi è stato proposto e in un primo momento non ero convinto di farlo, perché il fatto di cronaca a cui è ispirato era per me irrappresentabile. Ma il cinema concede il fuori campo, il non detto, e proprio mettendo fuori quello che per me era osceno, mi sono convito che l’impresa era possibile. Ho concepito quindi un film sul tradimento, sentimento che porta con sé l’abbandono e la disillusione o, in questo caso, il disattendere la fede di un bambino nel mondo degli adulti. Un omicidio in piena regola. La scelta di concentrarsi su questo tema universale ha permesso al film di essere compreso al di là della cronaca.
Approfondendo questa sua visione del cinema come unico linguaggio per raccontare una storia simile...
Non mi dispiace l’idea del cinema come revisione. Come riscatto della realtà. La trovo una funzione nobile. Penso a C’era una volta ad Hollywood in cui Tarantino rilegge la storia di Roman Polanski e Sharon Tate, cambiandone il finale. Questa libertà tuttavia pone un problema etico: il cinema americano, ad esempio, ha riscritto col western la storia del Paese riuscendo per decenni a cancellare addirittura il genocidio. È stato spregevole. Nel caso di “Fortuna” non parlerei di revisione, ma di dare una seconda possibilità alla tragica storia di una bambina.
Perché la scelta dell’uso del doppio, inteso in questo caso in realtà e dimensione onirica?
Il tradimento inevitabilmente scinde la realtà. Contraddice il mondo delle certezze ed “evoca” un secondo piano. Il doppio è un tema usato al cinema e autori come Hitchcock, Kieslowski e Lynch l’hanno reso un archetipo. Quello che mi seduce è il sogno, usato per riscattare la sorte dei protagonisti. Nel mio film il sogno consente non solo una rilettura, ma una riconciliazione tra il pubblico e la storia di Fortuna.
Il suo è un film inedito, quasi anomalo, nel panorama italiano, soprattutto per il linguaggio scelto. Qual è la condizione in cui voleva mettere lo spettatore?
Nella stessa condizione in cui è la protagonista. Volevo creare un’immedesimazione perfetta, tradendo il pubblico al pari di Fortuna, enfatizzando la frattura emotiva che il film genera. Un film anomalo? Credo che il pubblico sia intelligente. Io come spettatore amo i film che mi stimolano, sollecitano e sfidano e penso che Fortuna sia un film in grado di agganciare lo spettatore e tenerlo fino alla fine. l simboli disseminati nel film sono leggibili a tutti i livelli e consentono una connessione più profonda con chi li coglie.
Lei ha deciso di raccontare una storia usando più registri linguistici e giocando sull’idea di mischiare generi differenti. Un’altra scelta coraggiosa.
Mi piaceva lavorare con il genere e mi stimola l’uso contemporaneo di giocare con più linguaggi espressivi, annullando quasi ogni tipo di limite e confine. Usare tutta la grammatica a disposizione per trovare una sintesi equilibrata. Mi sento figlio di questo tempo in questo: attingere da arte, letteratura, musica, architettura, moda, ma con l’ambizione di fare cinema. Anche se gli strumenti a disposizione sono molteplici, è doveroso però chiamare le cose per quello che sono: il web, la tv e il cinema sono luoghi diversi del nostro animo.
Com’è stato lavorare con dei piccoli protagonisti?
All’inizio ero terrorizzato. I bambini sono estremamente liberi e la libertà, di pensiero e di movimento, è incontrollabile. Riuscire a trasmettere loro questa storia, senza manometterli o traumatizzarli, era complesso. Il più delle volte ho scelto di renderli inconsapevoli, tenendoli all’oscuro del significato effettivo delle scene. Il casting mi ha aiutato molto perché gli attori scelti, nonostante la loro giovane età, si sono dimostrati maturi, facilitando la comprensione reciproca e, di conseguenza, il lavoro.
In questo film c’è tantissimo di suo. Le sue passioni, i suoi interessi e anche i suoi studi, come l’architettura, ambito in cui lei ha una laurea. Ci può parlare dell’importanza dell’elemento architettonico nel suo film?
L’Architettura è fondamentale: mi è servita per raccontare smarrimento e abbandono, ma anche per accelerare il processo di accoglienza del pubblico all’interno del registro linguistico del film. Ho pensato agli ambienti come ad una gabbia. Restituire un’immagine di periferia non necessariamente legata a quella napoletana, ma ad un Sud del mondo, individuando nel modernismo e nel brutalismo dei caratteri precisi. Mi piaceva l’idea che gli ambienti che lo spettatore vedeva potessero parlare di Napoli, ma anche di Buenos Aires, piuttosto che di Marsiglia. Architetture internazionali che portano con sé un immaginario disorientante, labirintico, vincolante. Farli abitare da degli adulti incapaci di dare ai bambini ciò di cui hanno bisogno, li ha resi davvero opprimenti.
Sono molto importanti anche le musiche...
Tutte originali e tutte confezionate dai Golden Rain, un duo elettronico di cui mi sono letteralmente innamorato. Li ho contattati non solo per chiedere loro la composizione delle musiche, ma per occuparsi di tutto l’aspetto sonoro del film. Ho trovato un’intesa totale, per la loro contaminazione artistica e la loro apertura a mondi affini all’immaginario del film.
Il lavoro è stato fatto interamente sulla sceneggiatura, così che tutto fosse pronto prima del set. L’idea era creare un vortice, un impianto unico e continuo, in grado di avvolgere lo spettatore. Che mutasse col racconto, ma che mantenesse un’organicità.
L’uscita di Fortuna ha subito molti ritardi, destino a cui sono andate incontro tante altre pellicole, eppure ha scelto di aspettare per farlo uscire in sala...
Ci tenevo ad uscire in sala e ho cercato di resistere in ogni modo allo streaming, nonostante il blocco di 8 mesi causato del Covid. C’è un modo diverso di ragionare - in termini di linguaggio, composizione, montaggio e suono - quando lavori per un pubblico che ti darà quella percentuale di attenzione in più che solo la visione in sala garantisce. Lo stato d’animo di chi si prepara, esce di casa, arriva al cinema, paga il biglietto, si cala nel buio e si immerge per davvero con te.
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