società

Norcia, lo scrittore Paolo Rumiz sabato presenterà il nuovo libro “Il filo infinito”

 

I proventi saranno destinati alla ricostruzione del Monastero Benedettino

 

Paolo Rumiz arriva a Norcia con il tour di presentazioni del suo nuovo libro "Il filo infinito" (Giangiacomo Feltrinelli Editore). Il giornalista e scrittore triestino incontrerà il pubblico, sabato 6 aprile alle ore 18:00 nel Centro di valorizzazione in via Solferino. Per l’occasione la casa editrice Feltrinelli ha donato 200 copie del libro al Comune di Norcia. L'opera sarà in vendita durante l’incontro e i proventi saranno destinati alla ricostruzione del Monastero Benedettino.


Il racconto è un viaggio, percorso da Paolo Rumiz per Repubblica la scorsa estate, dove un laico anticlericale cerca e riconosce le radici cristiane d'Europa nella regola di Benedetto, santo italiano, anzi appenninico, un uomo che dal mondo pastorale della sua terra trae la forza per rifondare un Occidente che sembra travolto dalle orde barbariche e dalla sua stessa decadenza. Un esempio che sarebbe utile imitare nell'Europa in bilico del nostro tempo.

Paolo Rumiz, firma di Repubblica e di Il Piccolo di Trieste, autore di diverse opere (la più recente è Gulaschkanone - Feltrinelli 2017) e vincitore di vari premi letterari, asseconda la sua indole di viaggiatore accompagnando i lettori in un viaggio nel tempo e nello spazio, tra l’Europa d’un tempo e quella d’oggi, sulle tracce dei discepoli di San Benedetto da Norcia, protettore d'Europa.

“Quanto ci resta di cristiano in un Occidente travolto dal materialismo?” si chiede Rumiz visitando le abbazie benedettine dall’Atlantico al Danubio, in un viaggio che è prima di tutto una navigazione interiore.

“Fu dall’orlo della conca di Castelluccio che ci apparve Norcia, novecento metri più in basso. La visibilità era illimitata. Scendemmo a precipizio verso la città murata nel tramonto, tra cardi giallo paglierino e sterco di vacca vecchio dell’anno prima. Volavamo come col parapendio, con lunghe virate, a filo di una brughiera abrasa in più punti da rovinose frane. Dopo due ore di cammino, alle porte della città, mentre una magnifica luce giallo oro illuminava i mandorli in fiore, ricominciarono le rovine. Fuori dalle mura, un’umanità superstite: facce sannite, picene, greche, bizantine, longobarde, trasparente frutto italico di antiche migrazioni. Dentro le mura, il vuoto quasi totale. Un quadro di De Chirico.

Un monumento ai Caduti delle due guerre mi mise in mano un primo bandolo della matassa. Tra i nomi incisi su pietra, quello di un partigiano triestino, Sergio Forti, medaglia d’oro, ucciso da queste parti dopo inenarrabili torture. Pensai: ecco, quando mi chiedono come ridare senso al 25 Aprile, nomi come il suo mi dicono che viaggiare così, a piedi, nel maquis, è cosa giusta, perché ti fa entrare nella pancia dimenticata del Paese. Ti porta ad ascoltare gli Ultimi, le loro paure inascoltate, e anche a individuare la traccia immonda, inconfondibile, quasi olfattiva, del razzismo che rinasce come risposta a quelle paure. Ti fa capire che è ancora tempo di battaglia e che è giusto rispondere con durezza alle belve che si accaniscono contro i deboli e i vinti per scaricare in basso la rabbia che altrimenti colpirebbe chi sta in alto. Il Potere.

Eravamo intimiditi e taciturni, incerti se il nostro andare seguisse il filo delle ore, dei secoli o delle ere geologiche. “Sembrava Aleppo,” sentii dire da un indigeno della botta tremenda sulla città. Una frase che diceva involontariamente la parentela stretta fra gli sfollati del terremoto e gli esuli delle guerre. Uscimmo sulla piazza principale. Metà degli edifici si erano seduti su se stessi. Le rovine della Cattedrale erano illuminate di giallo dalle fotoelettriche. Dietro il rosone, la navata non c’era più.

Fu lì che vidi la statua, illuminata a giorno al centro della piazza. Mostrava un uomo dalla barba venerabile e dalla larga tunica, sollevava il braccio destro come per indicare qualcosa fra cielo e Terra. Era intatta in mezzo alla distruzione, e portava la scritta SAN BENEDETTO, PATRONO D’EUROPA. Fu un tuffo al cuore. Fino a quel momento non avevo minimamente pensato al Santo e al suo rapporto con Norcia, con il terremoto, con la terra madre del Continente cui appartenevo.



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