Credit fotografico: Antonello Zeppadoro
Altro che contorno. Con Giancarlo Menotti sarebbe stato un primo piatto. Proprio perché tutto da scoprire. E il Festival, nell'era Menotti, incentrava la sua essenza nell'epifania di nuovi talenti. Non su personaggi collaudati. Era questo il lato misterioso degli appuntamenti spoletini. Invece ai giovanissimi attori della Silvio D'Amico, diretti da Lorenzo Salveti, è stato riservato uno spazio risicato ma affollato di spettatori.
Era in scena, sulla pista da ballo della Casina dell'Ippocastano la pièce Il Cavaliere dal pestello ardente.
Un lavoro piuttosto complesso nella struttura narrativa. Che era giocata su più piani, intersecati gli uni con gli altri. Il racconto della bella ragazza promessa a un nobile e del suo amore per un giovane considerato un debosciato è banale. Ma la trama, scontata nel finale, si dipana con grande maestria degli attori e sopratutto della regia. Sta qui l'abilità: elevare il banale al rango di commedia di livello.
Le trovate hanno divertito il pubblico infantile e quello adulto. Segno, questo, della capacità dei giovani attori di trascinare lo spettatore nella favola rappresentata. Sta qui l'estro: smuovere i sentimenti del pubblico.
Gli applausi non finivano mai. Tra questi discepoli dell'Accademia romana c'è sicuramente il grande attore o la grande attrice di domani. Il Festival avrebbe potuto tenere a battesimo, destinando spazi più ampi, questa nidiata di attori in itinere. Peccato che non sia stato dato il rilievo che lo spettacolo meritava. E peccato per chi s'è perso di assistere ad un'autentica chicca del teatro italiano.
Ma ormai non si redigono programmi, si concedono spazi la cui importanza è commisurata al nome.
Il Festival è un'opportunità per talenti sconosciuti. Non per personaggi affermati. Tre anni fa, in un concerto a piazza Duomo diretto da Steven Mercurio, i giovani orchestrali verso la fine avevano indossato una maglietta con la scritta: Il Festival siamo noi. Come dar loro torto?
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