Editoriale

Quelle 'carezze d'amore' e il silenzio che vale più di mille parole

 

Che sia sempre il 25 novembre finché non ci sarà più violenza sulle donne

 

"Gli schiaffi del marito sono carezze d'amore". O roba del genere. Un tempo, con rassegnata saggezza, le donne usavano consolarsi inventando proverbi simili a questo, come a dire "siamo tutte sulla stessa barca". E poi, vuoi mettere la vergogna di dichiarare pubblicamente ciò che tutti ben conoscevano? A chi dirlo? Al prete? Al comandante dei carabinieri? Al dottore del paese? Ma per carità. Le figure di riferimento della società rurale e semirurale dell'Italia di metà XX secolo erano tutte parte attiva di un'usanza odiosa, grettamente patriarcale e silenziosamente accettata anche dal comune senso di religiosità di allora: "E' normale che un uomo possa picchiare la propria donna a suo insindacabile giudizio". Le eccezioni c'erano anche allora, ovviamente: ma queste "tregue" duravano in genere nove mesi più qualche altro per l'allattamento ("il figlio di mia moglie è anche mio, dunque per un po' non potrò colpirla") oppure, più raramente, era l'intero rapporto tra moglie e marito ad essere sano e paritario, al che in paese correva la voce che "quell'uomo è sottomesso da sua moglie".

Usi. Costumi. Osceni. Figli di un retaggio sottoculturale che attinge alla notte dei tempi le peggiori istintività maschili, fomentato da un concetto arcaico di religione, che vede la donna costola dell'uomo e dunque sua propaggine, sua proprietà da usare come meglio si ritiene, sia essa madre, moglie o figlia. Vie spicce, in sostanza, che servivano e che oggi servono ancora ai tanti, troppi ominicchi per dimostrare a se stessi di essere invece omoni, uomini "con le palle" che in casa si fanno rispettare.

Fantascienza? A giudicare dal +11% registrato dai casi di maltrattamenti in famiglia durante i tre mesi di lockdown della scorsa primavera, direi proprio di no. In tutta Italia. Non solo nel Meridione, come qualcuno potrebbe ipotizzare con non poca faciloneria. Non solo ma anche, ovviamente. Come anche in Umbria, senza ombra di dubbio, i casi sono aumentati e di che tinta. Segno che le cattive abitudini si tramandano con il dna e che non basta il progresso tecnologico, o una legge scritta bene, per estirparle. E' sufficiente rinchiudere degli individui tra le stesse quattro mura per alcuni mesi, e la brutalità - se c'è - torna ad emergere.

La violenza non ha colore, si dice. E forse è anche vero. Forse. Di certo, in quella che fu la cosiddetta "rossa Umbria", ma che di rosso ha sempre avuto ben poco, di quel colore oggi resta una panchina a simboleggiare questo 25 novembre, giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.

Ci sarebbe molto da aggiungere, ma forse il silenzio dirà molto meglio di tante altre parole. Che sia sempre il 25 novembre.



I commenti dei nostri lettori

Concordo: "Che sia sempre il 25 novembre".

3 mesi fa

Bellissimo e significativo editoriale da parte del Direttore. Però la parte che non mi convince è proprio quella finale! La parte dove si dice: "Ci sarebbe molto da aggiungere, ma forse il silenzio dirà molto meglio di tante altre parole". Infatti, secondo il mio modesto parere, il silenzio potrebbe essere un fedele alleato di alcuni incorreggibili energumeni che sono più propensi ad esprimere l' evoluzione della specie facendosi vedere in giro con un cellulare. Mentre dentro le loro quattro mura di casa rimane tutto uguale!

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