le interviste di Sol

'Assurdo insultare Silvia Romano: il mondo delle ONG non è come ve lo dipingono'

 

Parla il nostro concittadino Alessandro Manno, per anni nel mondo della cooperazione in molti paesi in via di sviluppo. 'Giusto ridurre al minimo i rischi, ma rabbrividisco quando sento affermare che occorrono soltanto medici, infermieri, ingegneri o impiantisti. Ecco come funziona davvero'

 

Cultori della propria coscienza o reali interpreti dello slogan populista "aiutiamoli a casa loro"? O forse una tonalità di grigio tra il bianco e il nero? La recente liberazione di Silvia Romano, e tutte le polemiche che ne sono seguite, offre lo spunto per ragionare a fondo sul tema "cooperanti e cooperazione" . Spoletonline ha incontrato un neoconcittadino, Alessandro Manno da Bolzano, per anni nel settore delle


ONG, trasferitosi a Spoleto da qualche mese. Manno si è prima laureato in Sviluppo e cooperazione internazionale presso la facoltà di Scienze politiche a Bologna, per poi proseguire la propria formazione alla scuola di studi internazionali di Trento, dove ha completato un corso specifico sulla Tutela e protezione dei diritti umani in ambito di diritto internazionale e diritto europeo.

Alessandro, come nasce la cooperazione in Italia? "Lidea di aiutare i paesi cosiddetti 'in via di sviluppo', anche se in alcuni casi - purtroppo - non ha ancora senso parlare di sviluppo, in Italia si espande tra la seconda metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta del secolo scorso, grazie al benessere raggiunto dopo gli anni del dopoguerra e a una comunicazione che diventa via via più semplice e diretta. Gli italiani vedono con i propri occhi cosa vuol dire morire di fame e, complice le condizioni economiche buone del nostro Paese, maturano rapidamente l'idea del divario con quei paesi e il concetto di aiuto. E così i missionari, che c'erano sempre stati, diventano laici, gente che va e dà una mano".

Come funziona in concreto? "Fondamentalmente l'attività nei paesi in via di sviluppo la si differenzia in lavoro in emergenza (guerre, epidemie, disastri), quindi interventi dagli effetti immediati, e lavoro di sviluppo. Ma i due aspetti, in realtà, cominciano a intrecciarsi sempre di più".

Racconta la tua esperienza. "Ho lavorato nel settore per circa dieci anni. Ho cominciato a Bruxelles, con Non c'è Pace Senza Giustizia, ONG italiana fondata da Emma Bonino e afferente alla cosiddetta galassia radicale. E' un'organizzazione che si occupa di diritto penale internazionale: ad essa si deve, all'inizio degli anni 2000, la nascita della Corte penale internazionale, che si occupa di perseguire i responsabili apicali dei crimini contro l'umanità e crimini di guerra. All'interno della ONG mi sono occupato del lavoro di supporto alla Corte internazionale e anche di progetti di sviluppo a medio termine in alcuni paesi, specialmente nel Medio Oriente. L'intento era di cercare di sostenere la società civile verso la sua emancipazione, di aiutarla ad acquisire strumenti o a trovare spazi per portare avanti istanze in termini di diritti fondamentali. Ho iniziato così a lavorare molto nei paesi soggetti a governi autoritari prima, durante e dopo la cosiddetta primavera araba: il mio lavoro mi ha portato più volte in Iraq e anche a lavorare per la Siria, ma dalla Turchia visto che era impossibile entrare nel paese governato da Assad. Parallelamente, l'ONG conduceva una campagna per la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili, quindi l'insieme delle sue attività, pur diverse fra loro, era incentrato sulla difesa della persona".

Dopo questa esperienza? "Poi ho lavorato un anno e mezzo per Emergency in uno scenario di emergenza come la Repubblica Centrafricana".

Come dice il nome, Emergency si contraddistingue per gli interventi di emergenza. Giusto? "Senza dubbio, anche se ora l'ONG sta iniziando a valutare anche lavori di sviluppo, anche perché ha computo 25 anni e in certi paesi è lì dalla sua fondazione, quindi è perfettamente inserita nel tessuto sociale in cui opera".

Torniamo alla tua esperienza. "La Repubblica Centrafricana è uno dei paesi più disastrati e sconosciuti, incastonata tra Sudan, Congo, Ciad... Insomma, ha dei vicini che nessuno vorrebbe avere. E' uno dei paesi più poveri del mondo, estremamente ricco di risorse ma povero e senza accesso al mare, il che è un grosso problema. Un paese vasto ma con soli 5 milioni di abitanti, dei quali uno su due è minorenne. L'aspettativa di vita è di 50 anni, vale a dire 30 anni in meno di noi europei. Dei bambini nati vivi, 15 su 100 non arrivano ai primi cinque anni di vita. In questo contesto, il primo intervento di Emergency è stato di tipo pediatrico, nel 2009, per supportare un sistema sanitario inesistente. Non ci sono medici, strutture, men che meno reparti di rianimazione: pensiamo a cosa sta succedendo con il coronavirus... E poi si muore di malattie banali, dovute all'assenza di antibiotici o semplici vaccini. E poi c'è stata la guerra".

La guerra? "Certamente. Una guerra civile di cui non si è parlato in Italia. E' durata cinque anni, due dei quali durante l'intervento di Emergency. Gruppi di religioni differenti, con molte ingerenze esterne da parte di stati confinanti ma anche di paesi europei, primo fra tutti la Francia che per tanti anni è stata potenza coloniale. Sono emersi motivi religiosi prima inesistenti, e si è scatenata una lotta fratricida fra persone che prima convivevano in maniera pacifica. Alcune ONG hanno deciso di ritirare il proprio personale espatriato - vale a dire connazionali inviati in missione -, ma non Emergency. Aveva costruito una clinica pediatrica nel 2009 e ha continuato a lavorare, ovviamente estendendo le cure anche agli adulti. Durante quei cinque anni Emergency è restata equidistante e indipendente dalle fazioni, il che le è valso il rispetto e l'ha preservata dal subire furti e altre azioni criminali. Alla fine le parti hanno raggiunto un accordo per una tutela e rappresentanza reciproca nelle istituzioni e nella politica. Ad oggi c'è equilibrio e i rappresentanti dei vari gruppi armati fanno parte dello stesso governo. Purtroppo, però, l'ingerenza internazionale continua, tanto per le materie prime quanto per il prestigio politico".

Che idea ti sei fatto della vicenda del rapimento di Silvia Romano? "Purtroppo i rapimenti, in determinati contesti operativi, possono verificarsi. Poi ci sono degli standard di sicurezza da rispettare, per rendere minimi i rischi".

C'è chi, come la dottoressa De Mari, è impegnato da anni nella cooperazione e ha usato parole di disprezzo per i volontari che non sono medici, infermieri, ingegneri o tecnici impiantistici. Ma davvero in quelle aree c'è bisogno solamente di queste figure professionali? "Non direi affatto. Io, ad esempio, non appartengo a nessuna di queste quattro categorie, come decine di miei colleghi che sono nondimeno funzionali al buon esito delle missioni. Anzi, trovo assurde le dichiarazioni simili, a maggior ragione se profferite da chi vive quelle realtà da così tanto tempo. Basta pensare a come si svolge una qualsiasi missione: posso spiegarlo?".

Magari. "Dunque: le ONG più strutturate stabiliscono le priorità di intervento in zone specifiche, sulla base di determinate valutazioni. Per realizzare le attività c'è chi punta molto sul personale locale e ha bisogno di coordinamento e collegamento tra la sede europea della ONG e la forza-lavoro in loco, e chi invece - come ad esempio Emergency - tende a portare personale espatriato, vale a dire reclutato in Italia. Nel caso di Emergency ciò si deve al fatto che gli standard dell'associazione, dal punto di vista medico, sono molto alti. L'obiettivo è quello di aprire ospedali che siano alla pari di quelli italiani e, spesso, Emergency ci riesce. Ma questo significa utilizzare chirurgi, anestesisti, infermieri ecc. C'è anche un processo di formazione, più o meno veloce a seconda del paese in cui si svolge la missione. Per esempio in Repubblica Centrafricana l'idea di formare un chirurgo cardiologo è qualcosa di infinito, eppure ce n'è bisogno dato che semplici infezioni trascurate danno origine a problemi cardiaci anche in giovane e giovanissima età. Ciò che noi cureremmo con un antibiotico, se trascurato va a colpire la valvola mitrale e la danneggia. Non si tratta di problemi congeniti, ma di patologie cardiache dovute a negligenza e carenza del sistema sanitario, con tutto ciò che ne consegue. Paradossalmente occorre operare il paziente al cuore per non avergli dato l'antibiotico quando era il tempo di farlo".

Insomma, Emergency porta tutto da casa. "Sì, ma non soltanto il personale medico e paramedico: personale espatriato sono anche logisti e amministratori, per esempio. Anzi, il logista in realtà è colui che per primo dovrebbe raggiungere lo scenario della missione, per occuparsi di ogni approvvigionamento, dall'acqua potabile al gasolio, dai materiali agli spostamenti, la sicurezza ecc. E' un ruolo cruciale. Poi ci sono gli amministratori, come lo sono stato io inizialmente in Centrafrica, che svolgono una funzione di controllo della spesa e gestione delle risorse. Poi coloro che si occupano dei rapporti con le istituzioni oppure della ricerca di fondi pubblici. E ancora, al vertice del personale c'è il capo progetto, che deve gestire tutte le persone, funzionali all'apertura di un ospedale, che evidentemente non sono soltanto medici e infermieri. Insomma, chi dice che c'è bisogno solo di quelle figure dovrebbe entrare all'ospedale di Spoleto o di qualunque altra città e vedere quanti lavorano lì senza avere una laurea in medicina o infermieristica: è impensabile che senza queste persone l'ospedale possa funzionare. Le ONG strutturate fanno una ricerca del personale necessario, chiedendo requisiti anche molto stringenti: occorrono formazione specifica, esperienza, conoscenza delle lingue, e molto altro".

Occorre una serie di competenze, insomma. E veniamo alla frase della De Mari, che ha definito "sciacquetta senza competenze " Silvia Romano. "Partiamo da una domanda: chi vieta a una persona di andare in un villaggio dove ci sono dei bambini che non hanno niente, semplicemente per giocare con loro? Se immaginiamo un contesto in cui ciascuno di noi è libero di scegliere e di agire, chi vieta di fare il volontario? Abbiamo chirurgi italiani che prendono le ferie per venire nei nostri ospedali, operare gratis per dieci ore al giorno tutti i giorni e che poi, finite le ferie, tornano a casa e riprendono il proprio lavoro senza neanche aver visto il paese in cui sono stati. Chi o che cosa lo proibisce? Nulla. Anche in Italia ci sono persone che usano il proprio tempo libero per dedicarsi agli altri. Fanno dei danni? No. L'importante è che si capisca che ci sono interventi professionali e interventi meno professionali".

Beh, è chiaro che ci sono ONG e ONG... "Senza dubbio, come tutti i mondi, anche questo è popolato da persone perbene e persone che fanno di tutto per massimizzare il proprio profitto. Ma, a parte questa considerazione, c'è da dire che in Italia la riforma del terzo settore ha posto sotto la stessa egida ONG, Onlus e associazioni di volontariato. Questo fa sì che un'associazione come quella di Silvia Romano possa operare all'estero portando vestiti o quant'altro. Al momento in Italia contiamo oltre 300 mila enti del terzo settore, mentre le associazioni che hanno chiesto di essere accreditate come ONG presso la Farnesina non arrivano a 300. Ciò non toglie che questa associazione opera come Onlus".

 Certo, lavorare in una ONG è differente... "Le ONG accreditate hanno bilanci certificati, rendicontazione e organigramma molto chiari e pubblici, che trasmettono puntualmente al Ministero degli Esteri. Quando sono giunto in Repubblica Centrafricana, Emergency ha inviato il mio curriculum all'Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (Aics), per certificare che avevo le credenziali per lavorare lì. Allo stesso modo, la lista dei cooperanti viene sempre inviata all'ambasciata o al consolato di competenza. Oltre a questo, si tengono riunioni periodiche nelle quali un rappresentante del governo italiano chiede se ci sono rischi o se si immagina che ci siano, quali misure di sicurezza abbiamo preso ecc".

Insomma, i rischi si riducono. "Poi è chiaro, anche in contesti di ONG strutturate purtroppo si verificano i rapimenti, ma la sicurezza è gestita in maniera molto più professionale. Io vivevo a Bangui, la capitale: avevo il coprifuoco, potevo spostarmi solo con la nostra auto e con l'autista, dovevo comunicare al nostro responsabile della sicurezza ogni mio spostamento, seguire protocolli di rischio ben precisi. Ci sono vari livelli di sicurezza e, a seconda di quello in cui ti muovi, cambiano le misure da osservare. Lo schema è preso molto seriamente. Ogni persona ha un'assicurazione stipulata dall'ONG nel caso in cui sorgano problemi di vario genere, necessità di rimpatrio, ecc. Oltre ai rapimenti ci sono anche le malattie improvvise, gli incidenti e altri imprevisti"

Tornando a Silvia... "Quando ho sentito di questo rapimento, come di altri prima, sono inorridito all'idea di persone messe in un contesto così pericoloso con così pochi strumenti di autodifesa. Penso che sia ingiusto affidarsi alla buona sorte. Però non mi sento di dire che Silvia e le persone come lei siano delle oche giulive o che fanno il selfie con il bambino nero in braccio: poi magari lo fanno anche, ma non si può ridurre tutto a quello, perché c'è tutto un mondo dietro. Ricordo che abbiamo un ex ministro dell'Interno che si faceva fotografare mentre donava il sangue. Io l'ho donato un sacco di volte, lavoravamo anche in una banca del sangue: ma non abbiamo mai ostentato. Il punto è se lo fai per la tua coscienza o realmente per gli altri. Ma giudicarlo in questo modo da un nome, da un tragitto o da una foto su facebook è una stronzata. Ed è vergognoso che lo facciano persone che in teoria hanno uno spessore intellettuale: per me è ancor più scandaloso di come abbia operato l'organizzazione di Silvia Romano o quella di Greta e Vanessa, entrate in Siria con contatti ogni tre giorni, anziché ogni 12 ore o ad ogni cambio di location... Questo per restringere il campo delle ricerche in caso di rapimento. E' assurdo".

E sulle competenze della Romano? "Il discorso è: forse Silvia Romano non aveva le competenze per lavorare come cooperante laggiù? Forse. Ma per fare ciò che faceva, occorrevano competenze specifiche? Forse, perché era in un contesto potenzialmente pericoloso. Però chiedo anche: quanti italiani vanno a Malindi in vacanza e magari si fanno un tour con safari, magari senza affidarsi a un operatore serio ma risparmiando qualche soldo? Quanti si trovano all'estero e si affidano a personale non professionista? Sono consapevoli dei rischi? Hanno letto sul sito della Farnesina, www.viaggiaresicuri.it, se quel posto è sicuro o no? Sicuramente molti non lo fanno. Quindi l'accanimento verso Silvia Romano non tiene conto di numerose altre situazioni difficili: penso ad esempio ai tecnici dell'Eni in Libia o altrove, con rapimenti che purtroppo si verificano, al pari dei sequestri dei turisti. Dal Marocco al Togo, il rischio c'è sempre".

La polemica è nata sul presunto riscatto pagato dallo Stato. "A parte il fatto che mai sapremo se è stato realmente pagato un riscatto, anche lì c'è un protocollo da seguire, ed ogni stato ha il proprio. Se accettiamo che esiste un'agenzia di intelligence composta da professionisti, allora dobbiamo anche accettare che siano loro a dire qual è la scelta migliore da fare. E' chiaro che a monte c'è una scelta politica: se questa scelta prevede di non pagare mai allora si entra in un ventaglio di opzioni, mentre se la scelta è quella di riportare a casa più connazionali possibile, è evidente che questo ventaglio di si amplia. Ciò detto, nessuno è contento del riscatto tranne coloro che lo richiedono. Sono risorse che andranno a finanziare determinate attività, non certo positive: però credo anche che voler andare a fare la rendicontazione dell'agenzia di intelligence mi sembra ridicolo. Molte risorse vengono usate dai servizi per attività che sono al limite della legalità, ma è necessario perché in determinati contesti c'è bisogno di determinati canali. Se si accetta l'intervento dello stato per i nostri connazionali, diventa abbastanza indifferente il motivo per cui queste persone sono andate là".

E dici che non ci siano scale di grigio tra i due protocolli che hai descritto? "E' chiaro che lo stato può anche dire: 'Ti avviso del pericolo che corri, per alcuni paesi a rischio non potrò aiutare chi si trova in difficoltà. Sarebbe una via di mezzo, ma voglio far notare che non sono soltanto i cooperanti e i turisti ad essere rapiti: pensiamo ai ricercatori universitari, spesso poco consapevoli dei reali rischi che corrono, oppure ai giornalisti free lance. Chi li tutela? E poi ci sono i visti: noi operavamo con visti di lavoro regolari,  ma Silvia Romano era entrata come turista, al pari dei vari free lance e la maggior parte delle persone. Ma in realtà si rischia l'arresto se si viene sorpresi a lavorare con un visto turistico. E anche in quel caso: chi pagherà la cauzione garantendo così il rimpatrio? Lo stato. Così come sempre lo stato è intervenuto nel caso di marò in India. E' normale. Davvero, non riesco a capire la polemica. Non doveva essere lì? Probabilmente lo dice anche lei stessa, ora".

Ma come funziona il vostro mondo? Volontari, cooperanti... "C'è molta confusione. I giornali parlano, appunto, di volontari e cooperanti. Il personale all'estero di Emergency e delle organizzazioni strutturate è tutto assunto. Riguardo la contribuzione, anche qui si sente parlare di miliardi pagati al personale, ma non è così: un infermiere o un logista, con tutto il carico di lavoro, l'esperienza richiesta e i rischi, si portano a casa 1500 euro al mese, come un operaio mediamente specializzato. Quindi quando ho lasciato l'Europa per andare a lavorare in Africa l'ho fatto guadagnando meno rispetto a prima".

Vero è che non hai spese. "Sì, ma questo fatto purtroppo a volte è un obbligo. Mancano i beni di consumo che noi consideriamo normali: prodotti per l'igiene, sapone, shampoo, repellente per zanzare in un contesto in cui c'è la malaria in giro... Lo stesso vale per il vitto: il pacco di pasta lo trovi anche, ma costa 5 o 6 euro... Insomma, il discorso soldi esiste. Di volontario c'è che scegli di fare quel lavoro lì, poi esiste uno stipendio a fronte di un'opera prestata a un certo livello di specializzazione, con delle responsabilità precise come quella sulle differenze di cassa e gli eventuali ammanchi dovuti a errore umano. Ho amici ex colleghi che hanno rimesso un intero stipendio per un errore abbastanza grande... può capitare. Ho più volte definito questo lavoro sottopagato, in certi contesti. Quindi, quando sento dire che noi avremmo guadagnato 10-12 mila euro al mese, penso: 'Magari... farei molta più beneficenza'".

Questo per quanto riguarda le ONG più importanti. Invece cosa accade nelle altre organizzazioni? "Di tutto. A volte mandano le persone su base volontaria, in alcuni casi i cooperanti si pagano persino il viaggio. A volte le organizzazioni pagano viaggio, vitto e alloggio, altre realtà riconoscono dei rimborsi. E poi ci sono quelle in cui è il volontario a pagare".

Come?! "Hai capito bene. Alcune organizzazioni hanno iniziato questo business dicendo: 'Vuoi fare un'esperienza? Paghi e ti mando lì a vedere come si costruisce un pozzo, una scuola o altro'. Il neologismo è 'volonturismo'. Ma comunque sia, è bello pensare che una persona, giovane o matura che sia, voglia impiegare il proprio tempo libero per fare qualcosa per gli altri. Credo sia sbagliato denigrare tutto ciò o ridurlo a qualcosa di macchiettistico".

Un'ultima domanda: da dove arrivano i soldi per le ONG? "Alcuni fondi giungono da donazioni private, merchandising, adozioni a distanza ecc. Poi ci sono i fondi pubblici, una parte del budget della Farnesina che viene utilizzata per progetti di cooperazione e sviluppo in paesi individuati sulla base di scelte politiche e logiche diplomatiche e commerciali. I bandi sono molto trasparenti. Ovviamente l'ONG più professionale sceglie prima qual è il tipo di intervento che vuol fare e poi vede se ci sono fondi a disposizione attraverso questi bandi. Altre ONG vanno invece a intervenire dove ci sono i soldi, quindi vanno dietro i bandi. In mezzo, come sempre, molte scale di grigio. Per esempio Medici Senza Frontiere, in disaccordo con la politica estera dell'Unione Europea, ha restituito tutti i soldi già assegnati: milioni di euro. Vero è che questa ONG, che stimo molto, se lo può permettere, visto che lavora tantissimo con i mezzi propri, cioè soldi chele persone donano spontaneamente. Anche se la macchina del fango degli ultimi anni sta purtroppo indebolendo queste realtà".

Parli della cattiva immagine cucita addosso alle ONG. "Ci sono personaggi pubblici che in questi anni hanno cercato di infangare il più possibile il lavoro delle ONG. A parte le falsità delle cose dette, c'è un danno di immagine importante: per esempio il 5 per mille è in flessione, perché si dà retta al fanfarone di turno anziché vedere cosa fa quella determinata organizzazione. Si sente dire di tutto, perfino che le ONG finanzino il terrorismo o l'immigrazione clandestina, quando in realtà proprio chi lavora in quei luoghi lo fa affinché le persone possano restare nelle loro terre d'origine, senza avere bisogno di emigrare. Altrimenti cosa ci andremmo a fare, laggiù, ad aiutarli a casa loro? Chi migra affronta un viaggio molto lungo e pericoloso: se decide di farlo vuol dire che vede in ciò la sua unica possibilità. Quando i migranti arrivano sono in condizioni disperate, e molte organizzazioni sono convinte che questa gente non si possa lasciare morire in mare. Anch'io la penso così. Poi c'è chi sostiene che aiutare una persona che sta morendo farà sì che poi altri rischieranno maggiormente la vita, ma non credo che se chiudessimo i reparti oncologici la gente smetterebbe di fumare, quindi non penso che smettere di aiutarli contribuisca a fermare il fenomeno. Poi è chiaro che, anche in questo settore, esistono ONG e ONG. Ma come sempre le ragioni di questo disagio sono da ricercare alla fonte, per esempio nei dati dell'esportazione delle armi dall'Italia ai paesi in via di sviluppo oppure nel taglio dei fondi destinati alla cooperazione. Proprio i governi del cosiddetto 'Aiutiamoli a casa loro' sono quelli che hanno ridotto maggiormente i fondi per la cooperazione. Ma io dico: non ti fidi delle ONG? Fai da solo, ma fallo. Altrimenti tutto si riduce a un vuoto slogan".



I commenti dei nostri lettori

FedorP666@libero.it

7 giorni fa

Complimenti Direttore per l\'intervista ben costruita e soprattutto complimenti al Sig. Manno per il suo lavoro che consegna la speranza in quei \"mondi\"e promuove la speranza nei nostri \"mondi\"dove l\'acqua non manca,manca la coscienza del buon uso, così per le persone!!! Risorse...

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