le interviste di Sol

Paolo Rossi: 'Il mio Barbiere di Siviglia un'occasione per alcuni bravi giovani'

 

Il comico e regista al taccuino di Sol: 'Non ha senso fare cover, potevamo mettere in scena l'Otello o La Traviata. Non conta il nome dell'opera, ma l'uso che se ne fa'. Grazie al Teatro Lirico Sperimentale alcune eccellenze ancora lavorano a Spoleto

 

Paolo Rossi riporta Spoleto con i piedi per terra ricordando che per fare cultura non bastano i soldi, ma servono idee innovative e - soprattutto - umiltà. Di più: con il suo semplice, sorridente e sincero "chi è?", riferito al regista che gestisce un Festival a Spoleto e che ogni anno realizza una propria regia di opere


ovviamente non sue, l'attore e cantautore di Monfalcone sbatte in faccia alla parte più imparruccata (una parte consistente) della città il fatto che non basta realizzare copie delle opere altrui, per quanto costose esse siano, per definirsi "artisti" e, nella fattispecie, "registi", se non si ha null'altro da comunicare.

Paolo, non so se è un complimento detto da uno che ha 40 anni: sei uno dei miei miti di quand'ero ragazzo, nei panni dell'operaio baro al Montecarlo Gran Casinò, che insieme a Greggio raggira un grande Philippe Leroy. (Sorride) "Rispetto al qui e all'oggi sono mondi differenti: cultura alta, cultura bassa.. Credo che stia nel mio dna attraversare mondi ed essere sempre ospite di questo mondo... Un buon modo di essere al mondo, credo".

A proposito di mondi, com'è cambiato il tuo, di mondo, quello di chi fa arte, soprattutto dalla prospettiva di chi comincia oggi rispetto a quando hai iniziato te? "Abbiamo sempre considerato che la generazione precedente era più fortunata: anche noi lo dicevamo per l'altra. Vale anche per le due che stanno arrivando. Diciamo che è avvantaggiato chi, come me, non si è fatto scrupoli di attraversare differenti generi, mood, mondi. Io quest'anno, per dire, da aprile ho fatto Molière, poi l'inaugurazione del Festival del jazz di Milano con l'Art Ensemble of Chicago, poi LeTroiane di Euripide al Teatro Greco di Siracusa, Stand-up comedy, poi un film sul genere del Montecarlo Gran Casinò, una lettura beat con jazzisti dell'Odissea... E ora sono qui. Quindi chi sa passare attraverso questi mondi è avvantaggiato. Chiaro che chi appartiene alla mia specialità, l'improvvisazione, e comunque tutto il teatro popolare che deriva dalla commedia dell'arte, si trova già addestrato per un teatro d'emergenza".

Perché è più duttile? "Non è tanto una questione di duttilità, ma proprio di velocità di addestramento che altri tipi di teatro non hanno. Anche perché si recita col pubblico e non al pubblico. Quindi il periodo delle prove  è inizio stagione, e deve bastare per più di uno spettacolo: è un vero allenamento che ci rende avvantaggiati. Chiaramente la precarietà è dovuta alla situazione economica attuale, che danneggia in modo particolare il mondo della cultura, dell'arte".

Proprio il disagio economico, forse, favorisce questo tipo di teatro, più snello e meno costoso di quello classico. "Di certo non favorisce le nuove generazioni. Vedi, noi eravamo abituati a 180 repliche all'anno, si andava in scena anche per 12 persone: era questa la migliore scuola. Oggi tutto ciò non esiste più: le possibilità per un giovane si assottigliano. A meno che alcuni della mia generazione, e di quella precedente alla mia, si assumano la responsabilità di mettere anche il proprio ego, come nel caso del mio Barbiere di Siviglia, non per accentuare uno stile ma per aiutare e supportare i ragazzi a iniziare un percorso".

Ecco perché diventa relativo anche il titolo dell'opera. "Assolutamente relativo. Potrebbe trattarsi, che so?, dell'Otello di Verdi, de La Traviata, La Bohème... Non è questo il punto, non è mettere il mio segno sull'opera di qualcuno, che poi in fondo è una cover".

In che senso? "Beh, prendendo in prestito il termine dalla musica leggera, la regia è una cover. E la cover la fai in due casi: se ritieni di farla meglio o se hai in mente una maniera per farla tua, per farla vedere da un altro punto di vista. Altrimenti non avrebbe senso".

Noi in città abbiamo un Festival gestito da un regista che ogni anno fa una regia nuova di opere ovviamente non sue. "E chi è?"

Giorgio Ferrara... "Ah, ma del Festival dei Due Mondi".

Esatto. "Ah (sorride), ma io frequento solo durante il periodo del Lirico Sperimentale. E impari a raccontare solo quello che sai e che vedi. Non parli d'altro, perché puoi leggere, sapere, ma questa è la società dello spettacolo. Vale la regola: l'hai vissuto? Hai diritto a raccontarlo . Non lo hai vissuto? Non lo sai".

Quindi il consiglio che dai a un giovane che comincia oggi è: sapersi adattare? "No, in realtà è quello di.... eh... (sospira): io non do nessun consiglio, preferisco i fatti, cioè la possibilità di farlo lavorare. I consigli glieli do dopo che gli ho dato questa possibilità. Sennò, consigli teorici anche a persone che conosco poco è inutile darli, tantomeno non può essere quello di adattarsi, soprattutto nel teatro. Vedi... Pensa agli ospizi".

Agli ospizi?! "Sì, agli ospizi. Negli ospizi per musicisti, gli ospiti possono continuare a suonare; negli ospizi per pittori, semmai ne esistessero, gli ospiti potrebbero decidere di continuare a dipingere; ma in un ospizio per ex attori, gli ospiti che fanno? Parlano dei morti? Della serie: 'Ti ricordi quando c'era quello lì?'...  (Sorride) Però non possono continuare a recitare. E quindi cosa puoi dire a uno che sta in casa? Esci, la strada è la cosa migliore".

Una volta era quella la vera scuola. "Sì, ma la storia ritorna, non lo dicono solo Nietzsche o i poeti sudamericani. Quindi può essere che si ritorni a lavorare per strada, magari pagati a baratto... Noi discendenti della commedia dell'arte siamo pronti a tutto".

Anche al teatro dell'assurdo? "Per quello basta la vita, che è già abbastanza assurda".



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